Il Gerundo, lago che non c’è più
Nel cuore della Lombardia, a cavallo tra le attuali province di Lodi, Cremona, Bergamo e Milano, esisteva anticamente un lago, oggi scomparso, chiamato Gerundo, la cui ‘presenza’ si può scorgere ancora oggi nella conformazione di un territorio indissolubilmente legato all’acqua e costellato da fiumi, canali e fontanili. Nel corso dei secoli quel grande specchio d’acqua, paludoso e inospitale, venne bonificato dall’uomo: ci provarono inizialmente i Romani, ma la vera svolta si ebbre grazie al lavoro dei monaci, benedettini e cistercensi, ma anche la natura contribuì all’inevitabile prosciugamento del Gerundo. I fiumi portarono infatti dal nord verso la valle del Gerundo la ghiaia, che di fatto riempì l’area dell’antico lago e gli diede anche il nome: ‘Gerundo’ deriva infatti dal latino ‘glarea’, ghiaia appunto. Tuttavia, dell’antico lago restano oggi le sponde, a tratti ancora evidenti, ma anche isole e promontori, sui quali vennero fondate le città di Lodi (sul colle Eghezzone) e di Crema (sull’isola Fulcheria). A noi sono arrivate anche numerose piroghe monossili, ovvero scavate in un unico, grande tronco d’albero, e usate anticamente per solcare le acque paludose del Gerundo. Il Gerundo è poi ancora presente nella toponomastica locale, con decine di riferimenti. Un territorio, quello del ‘lago che non c’è più’, che nel corso dei secoli ha ospitato battaglie ed epici scontri tra eserciti nemici. Il lago ha resistito fino attorno all’anno Mille, quand’era ormai un’enorme palude.
Tarantasio, il drago del Gerundo
La storia del lago Gerundo si mescola a una leggenda simile a quella che reso noto il Loch Ness: mentre il Scozia c’è Nessie, nel Gerundo si narra vivesse Tarantasio, un drago o enorme biscione, che terrorizzava chiunque si avvicinasse alle acque inospitali del lago che oggi non c’è più. Tarantasio spaventava i viandanti, ma anche gli abitanti della zona del Gerundo con il suo alito pestilenziale, i cui sbuffi si sollevavano dalle acque del lago, facendo fuggire chiunque. Tranne alcuni santi e cavalieri, che secondo la tradizione affrontarono Tarantasio per liberare le acque del Gerundo dalla sua presenza: tra questi, San Colombano e San Cristoforo, ma anche Federico Barbarossa e il vescovo di Lodi Bernardo de’ Talenti. Ma la leggenda più nota racconta dell’uccisione di Tarantasio da parte di Uberto, capostipite della casata milanese dei Visconti, che si trovò di fronte un enorme biscione e lo affrontò, uscendone vincitore. Un fatto talmente importante che Uberto decise di far disegnare quella grossa biscia d’acqua alata nello stemma di famiglia: ancora oggi il ‘Biscione’ è il simbolo di Milano, ripreso da tante attività commerciali e aziendali lombarde e non solo. Secondo un’altra tradizione anche il simbolo dell’Eni, il cane a sei zampe, altro non sarebbe che Tarantasio, dunque un drago a sei zampe, trovandosi proprio nell’area dell’antico Gerundo, a Caviaga, il primo impianto